Questo articolo è uscito il 18 luglio 2025 sui quotidiani La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso, Il Corriere delle Alpi, Il Messaggero Veneto, Il Piccolo di Trieste.
Come si fa a spiegarlo, a farlo sentire. A trasmettere quelle emozioni e quel sentimento che abbiamo provato domenica scorsa quando per la prima volta, dopo 138 edizioni, un italiano ha vinto i Championships di Wimbledon, il torneo di tennis più importante e prestigioso del mondo. L’unico e inimitabile, che si gioca vestiti di bianco, dentro al verde dei campi e delle strutture. Una meraviglia, lo stadio di Wimbledon. E chissà se grazie a Jannik Sinner e la sua vittoria, forse, da lunedì scorso sono anche aumentate le richieste in libreria di un romanzo che ha proprio quel titolo, Lo stadio di Wimbledon, scritto da Daniele Del Giudice, che non racconta niente di tennis, ma che ha la più bella descrizione del Campo centrale: “Non so se è il campo d’erba, o il verde opaco uniforme con cui tutto è dipinto, a rendere lo spazio così raccolto. Forse è la tettoia: in alto segna un margine netto, verde a filo dell’azzurro, in basso scende come un cappello e inghiotte gli spettatori nel buio da cui guardano. Quelli che lascia scoperti, cioè le panche laggiù, debbono sentirsi attorno al campo come a tavola. Quasi non mi accorgo dei tre ragazzi che si sono seduti qui accanto, subito al di là dei gradini. Fisso come loro il campo vuoto, dove la palla avrà tracciato un otto orizzontale tra un giocatore e l’altro, come il segno dell’infinito. Si tratta di tramare contro quel movimento perpetuo con lo stesso colpo con cui bisogna ricucirlo”. Lo hanno tracciato un’infinità di volte, quell’otto orizzontale, domenica scorsa, Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. E a tramare di più, e meglio, contro quel movimento perpetuo, a interromperlo più spesso per ottenere il punto, è stato il numero 1 del mondo, Jannik Sinner.

Già, come fai a farle “sentire”, queste cose, a tradurre quel sentimento così forte, così profondo, così inaudito, che chi conosce il tennis, lo ama e lo segue da decenni, ha provato domenica 13 luglio 2025? Immaginate uno che il tennis ha cominciato a seguirlo e a giocarlo (male) a inizio anni settanta e che da quel momento non si è mai perso una finale di Wimbledon, la gran parte viste al mare, a Jesolo, perché luglio era il mese della “villeggiatura”, e prima è stato su un piccolo televisore portatile, in bianco e nero, che sembrava un casco da motocicletta, dove la pallina riuscivi a malapena a intuirla, poi nella saletta dell’Hotel Trento, che aveva uno dei primi televisori a colori e sembrava quasi di essere lì, sulle tribune verdi del Campo centrale. E immaginate anche che, appena maggiorenne, quell’appassionato, il 29 giugno 1979, ci sia anche stato, per una giornata intera, all’All England Lawn Tennis and Croquet Club, per gli ottavi di finale di quell’edizione (quella in cui Adriano Panatta, nel turno successivo, perse l’occasione della sua vita). Ecco, immaginatevi cosa possa avere provato, questo tizio, l’altra sera. No, è impossibile raccontarlo a chi il tennis non lo conosce o a chi ha iniziato a seguirlo da poco, proprio grazie a Jannik Sinner. Qualcuno, sui social, ha scritto “Credevo de morì prima”, parafrasando quello striscione che un tifoso giallorosso, mostrò al mondo intero il giorno in cui Francesco Totti si ritirò dal calcio e che diceva “Speravo de morì prima”. Abbiamo visto un italiano trionfare a Wimbledon, e chi l’avrebbe mai detto. Godiamocela, cari appassionati vecchi e nuovi, soprattutto perché è una prima volta a cui credevamo di non assistere mai, consapevoli che la seconda – che arriverà, statene certi – non sarà più come questa. Unico rammarico, che sia arrivata troppo tardi, e che a raccontarla non ci sia più l’unico in grado di trovarle, lui, le parole adatte, il caro e incomparabile Gianni Clerici.